L'intenzione sarebbe quella di mettere a confronto diverse interpretazioni della cucina italiana: quella dei grandi chef di casa nostra e dei loro omologhi all'estero. Da una parte, tra gli altri, Bottura, Oldani, Cuttaia, Cedroni, Berton e dall'altra Mario Carbone da New York, Federica e Fabrizio Mancioppi da Parigi, Pier Paolo Picchi da Sao Paulo, Cristian Puglisi da Copenhagen; in più, due pizzaioli da Londra e da Oakland, ai quali però non vengono contrapposti colleghi italiani.
La corsa all'accaparramento dei biglietti è cominciata con largo anticipo, tanto da far registrare il tutto esaurito nelle serate clou già un mese prima dell'evento; pur avendo originariamente aspirato a partecipare alla seconda serata, abbiamo perciò dovuto ripiegare sulla prima.
La sensazione che abbiamo avuto è stata quella di un lodevole entusiasmo e molte buone intenzioni, di una manifestazione "giovane"non solo perché arrivata in Italia soltanto lo scorso anno, ma anche nello spirito e nell'organizzazione, che però risente forse proprio dell'inesperienza, di una confidenza acerba con la realtà italiana, e ha ancora bisogno di farsi le ossa.
Si sente soprattutto la mancanza di un progetto chiaro, di un filo conduttore preciso, o meglio, il tema che il titolo dell'edizione di quest'anno suggerisce, "Il trionfo dello spaghetto gigante", non sembra trovare riscontro nelle proposte degli chef: la pasta è assai poco presente, e lì dove lo è non fa una gran bella figura; le altre tipicità italiane proposte dagli chef provenienti dall'estero appaiono talvolta talmente snaturate da avere ben poco di italiano. Certo, siamo consapevoli che, da napoletane, non siamo molto disponibili alla transazione quando si parla di pasta e pizza, ma è anche vero che uno spaghetto scotto e freddo lo è a qualunque latitudine (stupisce che a prepararlo sia stato un italiano), e una pizza oberata da ingredienti di varia natura risulta troppo distante dai nostri modelli.
Singolare la scelta di una cena quasi completamente al buio e, in generale, tutto l'allestimento, che aveva come protagoniste file di panni stesi, in omaggio a un'immagine dell'Italia che però risale agli anni '50.
Di positivo c'è che l'idea di fondo è interessante, che la strutturazione delle serate in tre momenti diversi (aperitivo, cena e dopocena con musica e cocktails) le rende dinamiche e vivaci e che la manifestazione ha ampi margini di miglioramento e di crescita.
Se possiamo dare solo un piccolo suggerimento per gli anni a venire, magari qualche stufa da esterni potrebbe aiutare.
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Commenti.
Questi, sono i resoconti che vogliamo leggere. Più spesso
Reb, è un peccato perchè la manifestazione avrebbe grosse potenzialità.
Speriamo che l’anno prossimo rivedano un po’ di cose
Sono anche quelli che noi non vorremmo mai dover scrivere, però
Intanto il titolo…ne vogliamo parlare? E’ sempre così divertente ed istruttivo leggervi!
Immagino le ottime intenzioni ma in effetti non è così facile inserirsi in una realtà gastronomica, come quella italiana, ricca e complessa. Staremo a vedere allora.
Edda, grazie
Spero davvero che l’esperienza insegni.
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