Se lo stoccafisso è una testa di rapa Tanti, ma tanti anni fa, una professoressa di Italiano scrisse sul retro del compito in classe di una mia compagna, un tema non proprio eccelso quanto a coerenza interna: "Numi! Lo stufato scozzese di Jerome!". In realtà il riferimento era sbagliato: Jerome, in "Tre uomini in barca", parla dello stufato irlandese. 

Lo racconta come un piatto in cui si mette qualsiasi cosa, tutto quello che si ha a portata di mano. La stessa cosa che aveva fatto con il proprio tema la mia compagna.
Avremmo potuto dire, con una metafora più comune, che il tema era un minestrone. O un'insalata. E la mia compagna una testa di rapa. La professoressa? Lei senz'altro era una pizza; metafora, questa, ingenerosa, se pensiamo alle pizze veramente buone, quelle leggere e lungamente lievitate che non si piantano sullo stomaco per ore.
La lingua quotidiana è piena di riferimenti metaforici al cibo e alla cucina; d'altronde il tema è vitale, e ancor di più lo era quando mettere qualcosa in tavola non era operazione così scontata. 
 
 
Ognuno di voi conoscerà un pesce lesso, una di quelle persone piatte, anonime e anche un po' tonte; ma se tonta, invece, lo è parecchio, e magari anche credulona, allora meglio ricorrere ai vegetali commestibili: la zucca (vuota), il broccolo, il carciofo. E non mancheranno, tra le vostre conoscenze, dei tuberi: le patate lesse, che pur essendo buonissime e avendo costituito la base dell'alimentazione di intere popolazioni, sono passate ad indicare individui privi di qualsivoglia attrattiva. 
Quel tipo alto alto è un sellerone (sedano), a Roma;  se è pure imbranato, al di là del Po è un tortello, dalle mie parti, invece, un turzo (torsolo, generalmente di cavolfiore). Quell'altro, rigido e non particolarmente vivace, è uno stoccafisso. Già non è bello di suo, pensate se poi fa coppia con una cozza. Me lo sono sempre chiesta: cos'avrà mai di così brutto la cozza? Più appropriata la metafora partenopea che, rimanendo in tema ittico, preferisce virare sul purpo (il polpo) che avvenente non è davvero.
Visto l'uso che si fa della parola pizza, e visto che casatiello indica una persona pesante, noiosa fino all'insostenibilità e una sfogliatella è una stangata come una multa o una cartella esattoriale, meno male che dalla cucina napoletana arriva anche qualcosa di positivo: se la persona della quale state parlando è un babà, buon per lei. Significa che è amabile, dolce, disponibile e deliziosa.
Un pezzo di pane, insomma, una pasta d'uomo, ma con qualcosa in più della semplice bontà. Attenzione, però, perché ad essere troppo buoni si rischia di passare per dei baccalà: stupidi e impacciati. Dei salami, insomma. O degli gnoccoloni. Da non confondersi con gnocco, che può marchiarvi come deficienti ma anche qualificarvi come degli avvenenti marcantoni.
Se siete privi di energia, pigri e lenti, i bambini vi daranno della mozzarella, il che avverrà anche se avete la sventura di non essere neri come tizzoni in piena estate. E se vi cascano anche le cose, allora avete le mani di ricotta. Sembrerebbe proprio che i prodotti caseari abbiano a che fare con una costituzione sfibrata e deboluccia. Potrete sentirvi dare anche della pera cotta, che non è mai cosa lusinghiera. Ma quale che sia il cibo al quale sarete accostati, badate a non essere come il prezzemolo: il presenzialismo e l'invadenza sono assai peggio della pelle chiara o di un po' di neghittosità. E men che meno come lo yogurt; un tempo si sarebbe detto "andare in aceto", ma anche le metafore culinarie si adeguano ai tempi. Aspirate invece ad essere un bigné. O uno zuccherino. Meglio ancora, per non porvi inutili limiti, la crème de la crème
Per non fare di questo post un vero polpettone, lasciamo perdere per il momento i proverbi e le frasi idiomatiche e atteniamoci alle metafore. Anche così, viene fuori un pasticcio, e ben lontano dall'essere completo.
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