Leopardi a tavola

Hanno lasciato che ci facessimo l’idea di un Giacomo Leopardi sempre chino sulle sudate carte, troppo intento al suo studio matto e disperatissimo per interessarsi alle attività prosaiche che riempiono le giornate di noi uomini comuni.
Eppure non tutti sanno che il giovane favoloso amava mangiare e che molto spesso si perdeva dietro un interesse così banale come il cibo.

Che fosse ghiotto di gelati e che nella città partenopea, che lo ospitò negli ultimi anni della sua vita, ne mangiasse in quantità è probabilmente noto a coloro i quali hanno visto il film di Martone; non tutti sanno però che la Biblioteca Nazionale di Napoli conserva una lista autografa di cibi, ben 49, stilata da Giacomo.
La maggior parte dei suoi manoscritti è conservata nel capoluogo partenopeo. Quando Leopardi morì nel 1837 le sue carte rimasero in possesso del fidato amico dei suoi ultimi anni di vita, Antonio Ranieri, che le custodì e le lasciò in eredità alla Biblioteca Nazionale.
Dopo una lunga controversia giudiziaria, nel 1907 le carte entrarono finalmente in possesso dell’Istituto, e così tra i manoscritti autografi de L’Infinito, di A Silvia, dello Zibaldone o del Canto Notturno c’è una striscia di carta ingiallita su cui Leopardi appuntò 49 pietanze.

1) Tortellini di magro
2)Maccheroni o tagliolini
3) Capellini al burro
4)Bodin di capellini
5) Bodin di latte
6)Bodin di polenta
7) Bodin di riso
8) Riso al burro
9) Frittelle di riso
10) Frittelle di mele e pere
11) Frittelle di borragine
12)Frittelle di semolino
13) Gnocchi di semolino
14) Gnocchi di polenta
15) Bignès
16) Bignès di patate
17) Patate al burro
18) Carciofi fritti, al burro, con salsa d’uova
19) Zucca fritta ec
20) Fiori di zucca fritti
21) Cavoli fiori ec
22) Selleri ec
23) Ricotta fritta
24) Ravaiuoli
25) Bodin di ricotta
26) Pan dorato
27) Latte fritto, crema ec
28) Purèe di fagiuoli
29) Cervelli fritti, al burro, in cibreo
30) Pesce
31) Paste frolle al burro e strutto, pasticcetti ec
32) Pasta sfogliata
33) Spinaci
34) Uova ec
35) Latte a bagnomaria
36) Gnocchi di latte
37) Erba strascinata
38) Rapa
39) Cacio cotto
40) Polpette ec
41) Chifel fritto
42) Prosciutto ec
43) Tonno ec
44) Frappe
45) Pasticcini di maccheroni o maccheroncini, di grasso o di magro
46) Fegatini
47) Zucche o insalata ec con ripieno di carne
48) Lingua ec
49) Farinata di riso

La lista leopardiana serve da pretesto a Domenico Pasquariello e ad Antonio Tubelli, artista il primo e cuoco il secondo, per raccontare in un libro, seguendo il ritmo delle stagioni, le atmosfere ed i sapori della Napoli del primo trentennio dell’Ottocento, in cui si collocano episodi e suggestioni relativi agli ultimi anni di vita di Giacomo. A conclusione 20 ricette ispirate alla lista. Il volume, pubblicato nel 2008 e da poco ristampato, si chiama “Leopardi a tavola” ed è edito da Fausto Lupetti.
A far compagnia al poeta recanatese nel suo soggiorno partenopeo e a dargli “un barlume di letizia” non fu solo Antonio Ranieri, con la sorella Paolina, ma anche il monzù Pasquale Ignarra, che cucinò per lui soprattutto nella Villa di Torre del Greco, Villa Ferrigni, la famosa villa delle ginestre di proprietà del marito di Paolina, e placò tutti i suoi capricci gastronomici.
Già, perché Leopardi aveva delle vere e proprie manie: mangiava avidamente gelati e granite, e dovevano essere rigorosamente quelli di Vito Pinto di piazza Carità; adorava i confetti, tanto che c’è chi addirittura sostiene che la sua morte sia stata causata da un’indigestione di cannellini acquistati da Paolina per il giorno di Sant’Antonio; disobbediva a tutte le prescrizioni mediche alimentari bevendo caffè in quantità e mangiava ad orari non propriamente convenzionali. Chissà, i medici di oggi potrebbero definire patologiche queste sue stravaganze.
Ignarra, che aveva partecipato alla gloriosa ma tristemente repressa Repubblica partenopea del 1799, non solo lo assecondò nelle sue bizzarrie alimentari ma fu per lui anche un fine interlocutore e rese più lieve il suo soggiorno in una Napoli che non era particolarmente benevola con lui.
Che la lista sia, come sostiene il Pasquariello, “una summa, anche se non esaustiva, di qualcosa che potremmo già definire una cucina italiana prima ancora della riformulazione ormai classica dell’Artusi”, o che sia semplicemente l’elenco delle cose che il poeta amava mangiare, bodini, gnocchi e fritti in primis, senza pretesa di essere altro, è bello poter pensare che Leopardi abbia scoperto le gioie del cibo e che lo abbiano accompagnato sin nei suoi ultimi momenti di vita.

Domenico Pasquariello “Dègo” e Antonio Tubelli – Leopardi a tavola – Fausto Lupetti Editore.

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Lydia Capasso

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