Una storia di Confini

La vecchia baracca dove c'era l'osteria I Confini a Faenza

Erano altri tempi, gli anni ‘60. C’erano ottimismo, entusiasmo, probabilmente ingiustificati, ma quella era l’aria che tirava. In Italia in quegli anni convivevano antiche tradizioni e nuovi modelli di vita, una convivenza a volte difficile, a volte basata sulla sostituzione o la soppressione del vecchio da parte del nuovo. Per me nascere in Emilia Romagna è stata una fortuna, da diversi punti di vista. A Faenza, ridente cittadina romagnola che ha visto gli anni della mia infanzia, l’atmosfera era quella del resto d’Italia negli anni ‘60. Che altro? Mentre mentalità, abitudini, costumi, cultura hanno subito in quel periodo forti attacchi, altri aspetti della vita degli italiani hanno saputo resistere, come ad esempio le cucine locali.

Non idealizziamo: anche il modo di mangiare ha subito e ancor oggi subisce grandi cambiamenti. Fenomeni di urbanizzazione, consumismo avanzato, stress da vita moderna e postmoderna portano ad una alimentazione spesso molto distante da quella dei nostri nonni e bisnonni. Inoltre nell’Italia rurale dell’anteguerra si mangiava carne solo il giorno di festa e i  piatti elaborati erano riservati alle grandi occasioni. In generale si può parlare di una cucina povera, sicuramente più sana di quella odierna, ma comunque limitata. La ricca tradizione culinaria emiliano-romagnola in particolare, che ha in parte saputo resistere agli attacchi dei cambiamenti alimentari, in realtà non era poi così ricca. Tagliatelle, tortellini, tortelloni, garganelli conditi con ragù e con saporiti ripieni erano tutti cibi non mangiati quotidianamente anche perché piuttosto costosi e di lunga preparazione.

Io sono nato e cresciuto in questo ambiente culinario. La sontuosità della cucina romagnola mi ha circondato fin da bambino, ma erano gli anni ‘60 appunto, e la maggiore ricchezza degli italiani permetteva il consumo più frequente dei piatti “nobili” della tradizione. I miei nonni paterni, contadini mezzadri poco più che analfabeti, persero tutto durante la guerra: la casa distrutta e i campi improduttivi. Decisero di lasciare la campagna e la miseria e di venire in città, a Faenza. Qui con pochi soldi e qualche debito aprirono una specie di trattoria in una vecchia baracca, la baracchina nella Piazza d’Armi ai margini della città: da qui il nome della trattoria, I Confini. Si vendevano piadina romagnola, pizza fritta, prosciutto, mortadella e anche tagliatelle e tortelloni, il tutto accompagnato da vino sangiovese o albana rigorosamente locale. Tutta la famiglia lavorava, 7 giorni alla settimana: i miei nonni e i tre figli (mio padre è il maggiore) che appena tornavano a casa da scuola buttavano i libri e andavano ad aiutare in sala o in cucina.

Erano anni buoni, e i miei nonni, a forza di vender tagliatelle, ovviamente fatte a mano con il mattarello, riuscirono ad uscire dalla miseria dalla quale provenivano. Il costo: una vita di duro lavoro per loro e per i loro figli. È in questo ambiente che sono cresciuto, tra pentole, tegami, le teglie con le lasagne al forno (solo la domenica), il banco del bar, la sala con i clienti, spesso abituali, che tra un bicchier di vino e l’altro, una partita a briscola e una a beccaccino a volte un po’ rozzamente giocavano con me. 

All’inizio degli anni ‘70 il Comune di Faenza decise di trasformare l’ampio terreno della Piazza d’Armi, in pratica un grande prato di periferia, in un nuovo Parco Comunale. Questa decisione comportò lo sfratto dei miei nonni, che entro 2 anni dovettero lasciare la baracchina in quanto non compatibile con la nuova pianificazione del terreno. Con i guadagni di anni di lavoro i miei nonni erano riusciti nel frattempo a farsi la casa. Il pianterreno di questo edificio, a pochissima distanza dalla vecchia baracchina, avrebbe ospitato la nuova trattoria I Confini.

E così gli anni ‘70, quelli della mia adolescenza, mi videro in questa nuova trattoria che però mantenne la vecchia anima: stessi piatti, stessa atmosfera popolare di quartiere periferico e spesso stessi vecchi clienti. Tutta la famiglia continuò a lavorarci: i vecchi nonni, mio padre che aiutava sempre nel tempo libero dal suo lavoro di impiegato, mia madre che era in cucina in ogni momento libero, e il fratello e la sorella minori di mio padre. Logico che anche per me in quegli anni I Confini fossero la mia vera casa. Lì la mia famiglia trascorreva la giornata. Andare a casa da scuola per me significava andare ai Confini, mangiare qualcosa ed aiutare un po’ in sala o al bar. 

Verso la fine degli anni ‘70 i nonni decisero di lasciare l’attività che venne rilevata da mio padre e da suo fratello in società. Mio padre abbandonò il suo lavoro di impiegato per dedicarsi completamente alla trattoria. I primi anni della seconda generazione ai Confini trascorsero bene. C’era lavoro, gli affari andavano discretamente. Io mi trovavo ancora spesso in cucina circondato dalle vecchie care tagliatelle, ma arrivarono anche alcune novità: i dolci come il mascarpone e il latte brulè, il pesce, abbastanza inusuale nella mia zona, nuovi condimenti per le minestre, una ricca varietà di carni da fare arrosto, alla griglia o stufate.

E poi una novità assoluta: la macrobiotica, in quegli anni in Italia ancora agli albori del successo. Mio zio cominciò ad interessarsi a yoga, filosofie orientali e alimentazione alternativa. Iniziò a sperimentare preparando pane integrale e cucinando cereali integrali, verdure di zona e di stagione, ma anche fagioli azuki, salsa tamari e alghe fritte in pastella (buonissime). Io ero un ragazzino di 16 anni e tutte queste cose ‘rivoluzionarie’ mi interessavano moltissimo. Mi misi a mangiare macrobiotico. Ai Confini si vennero così a creare due cucine con due clientele rigidamente separate: la ‘vecchia’ cucina romagnola che vedeva in mio padre il suo strenuo difensore nonché cuciniere, e la ‘nuova’ macrobiotica con mio zio che produceva instancabilmente pietanze mai viste prima. Attorno a mio zio si venne a creare un giro di seguaci, nonché di aiutanti. Mio padre era irritato da tutta questa situazione, per lui ingestibile e dubbiamente redditizia; in qualche modo lui era anche geloso del mio palese interesse per le attività di mio zio. La rottura divenne inevitabile: la società si sciolse e i Confini vennero divisi in due: il ristorante romagnolo e quello macrobiotico. Io rimasi con mio padre, ovviamente, sia perché ero un ragazzino e sia perché il mio giovane interesse macrobiotico diminuì mentre cresceva la mia attenzione per altre attività.

Il resto è storia recente. Arrivano gli anni ‘80, mio padre continua a mandare avanti la tradizione dell’autentica trattoria romagnola insieme a mia madre. Lei, fin dal giorno del suo matrimonio con mio padre (avevano entrambi 23 anni), prima e dopo la mia nascita e quella di mia sorella, ha sempre lavorato nella cucina dei Confini, sia quando c’erano i nonni che dopo. Questo lavoro ha comportato per lei sacrifici personali e professionali: era infatti ceramista (Faenza città delle ceramiche) e a un certo momento, non riuscendo più a combinare il suo lavoro nelle botteghe artigianali con quello di cuoca nella trattoria, scelse quest’ultimo, dedicandosi completamente ai Confini.

Né io né mia sorella abbiamo continuato la tradizione di famiglia. Abbiamo gettato la spugna, potremmo dire. Entrambi abbiamo studiato ed entrambi avevamo altri desideri ed altre ambizioni. Entrambi siamo cresciuti nella trattoria ed entrambi abbiamo conosciuto un ambiente da Bar Sport di Stefano Benni. Ma abbiamo scelto un altro mondo.

Oggi I Confini non esistono più, il locale è stato trasformato in appartamento al pianterreno e ci abita una famiglia. Quando mio padre si è ritirato, ha provato ad affidare la gestione a vari imprenditori, che hanno sempre fallito. Continuare una tradizione, continuare a fare cucina romagnola oggi non è facile. Ma questa è un’altra storia.

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Roberto Bacchilega

2 Commenti Aggiungi un commento

  • Mi ricordo sempre l’aneddoto sui passatelli di tuo padre, a me hanno insegnato a farli mescolando pangrattato al parmigiano, e tu dicevi che per lui il parmigiano nei passatelli “l’è na ciustè” una schifezza. <3

  • Caro Roberto,
    Molto interessante di sapere queste informazioni supplementati sul sviluppo della cucina italiana / romagnola. Certo, anche in Olanda nei anni cinquanta il carne era meno frequente sulla tavola. Tutto è cambiato qui a riguardo di questo, a causa del allevamento di bestiame intensivo.
    Ma anche il tuo testo era informativo e interessante per la storia della tua famiglia…

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